Derattizzazione e disinfestazione topi

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Derattizzazione e disinfestazione topi

Le operazioni di derattizzazione comprendono tutta una serie di operazioni di tipo chimico, fisico e meccanico mirate al controllo dei roditori sinantropi ritenuti infestanti.

Le specie infestanti sono essenzialmente tre:

  • Rattus norvegicus, comunemente noto come ratto di fogna, è una specie infestante cosmopolita e rappresenta attualmente l’infestante dominante nei contesti urbani e industriali e presenta un regime trofico onnivoro, con la capacità di intaccare i materiali più disparati.
  • Rattus rattus, comunemente noto come ratto dei tetti o ratto nero, è stata una specie infestante dominante prima dell’arrivo in Europa del ratto di fogna (XVIII secolo) che praticamente è entrato in competizione con il ratto nero che è stato relegato prevalentemente alle realtà rurali. La dieta è prettamente granivora e frugivora;
  • Mus domesticus, noto come topolino delle case, è una specie legata agli ambienti chiusi e confinati dove si nutre di ogni tipo di derrate alimentari conservate dall’uomo.

Il controllo dei roditori è una procedura assolutamente necessaria ai fini igienico-sanitari che deve essere attuata sempre maggiormente a scopo preventivo nei siti sensibili ad infestazione.

Nelle attività di lavorazione, stoccaggio e vendita di alimenti il controllo degli infestanti rappresenta già un del piano di autocontrollo (HACCP).

Ogni ambiente in cui deve essere applicato un piano di controllo rappresenta un contesto particolare nel quale non devono essere analizzati unicamente gli aspetti tecnici del trattamento (finalizzati alla risoluzione del problema), ma devono essere analizzati tutti gli aspetti per la garanzia della sicurezza e della salute della popolazione.

RISCHI SANITARI

Ogni intervento di derattizzazione finalizzato ad ottenere un aumento di mortalità all’interno della popolazione murina non è scevro di rischi per l’uomo e per gli animali. Tali rischi possono essere riassunti in tre categorie:

  • rischi meccanici, dovuti prevalentemente alle trappole a molla. In ambiente scolastico questo rischio non deve assolutamente essere sottovalutato in quanto, date le ridotte dimensioni delle dita dei bambini, queste trappole possono essere causa di fratture e lesioni da schiacciamento;
  • rischi chimici, dovuti all’impiego e alla potenziale dispersione nell’ambiente di sostanze tossiche o comunque farmacologicamente attive;
  • rischi biologici, dovuti al rischio di morsi e contatti con liquidi biologici (urine, feci e sangue) potenzialmente infetti provenienti da esemplari catturati, ancora vivi, attraverso trappole a bascula o a gabbietta o da esemplari morenti.

In ambito scolastico è comunque opportuno controllare la popolazione murina attraverso l’impiego esclusivo di erogatori di sostanze tossiche e di pannelli collanti (cattura meccanica). Gli interventi di derattizzazione con mezzi chimici negli ultimi decenni hanno subito un radicale cambiamento passando dall’impiego di sostanze tossiche con meccanismo di avvelenamento acuto, attraverso l’impiego di sostanze quali la stricnina, i fosfuri (derivati da reazioni del fosforo con i metalli), la scilla rossa, gli arseniati, i sali di bari o e di tallio e il cloralio all’utilizzo di sostanze ad effetto sub-cronico quali gli anticoagulanti ad azione sul metabolismo della vitamina K.

Il passaggio da sostanze tossiche acute a sostanze tossiche ad azione subcronica (anticoagulanti) ha avuto importanti risvolti in termini di sicurezza in quanto ha permesso di ridurre notevolmente la tossicità delle esche e di disporre in caso di avvelenamenti accidentali o voluttuari di un antidoto rappresentato dalla vitamina K1, oltre alla possibilità di supportare l’intossicato con emotrasfusioni. Inoltre, la concentrazione di anticoagulanti nei topicidi (0,005 di ingrediente attivo) è talmente bassa che occorre ingerire una quantità notevole di prodotto per avere effetti tossici

Clinicamente significativi.

L’utilizzo degli anticoagulanti ha poi un duplice aspetto positivo oltre a quello della sicurezza, ossia quello di non innescare nella popolazione murina la diffidenza per l’esca suscitata dalla spiccata neofobia delle specie afferenti al genere Rattus. In effetti l’intossicazione da anticoagulanti si concretizza quando tutte le riserve di vitamina K dell’organismo sono esaurite (in alcune formulazioni erano presenti sinergizzanti antibiotici aventi lo scopo di distruggere la flora intestinale capace di sintetizzare vitamina K) e quindi aumenta il tempo di coagulazione e diminuisce la protrombina. Seguono quindi fenomeni emorragici diffusi che conducono a morte. Nonostante gli anticoagulanti rappresentino un ottimo compromesso fra efficacia e sicurezza è sempre necessario ricordare che la sicurezza non è mai troppa in particolare nei siti dedicati ai bambini. L’utilizzo di piastre collanti è quindi il metodo di controllo meno pericoloso per la popolazione scolastica in quanto:

  • permette di catturare fisicamente l’infestante;
  • non rappresenta una fonte di pericolo chimico, tutt’al più in caso di contatto con la colla si verifica un banale imbrattamento risolvi bile con il lavaggio dell’area interessata con comuni solventi (es. benzina rettificata). La benzina però non deve essere utilizzata, per motivi tossicologici, nei bambini in particolare in quelli che afferiscono alle scuole dell’infanzia.

Indipendentemente dalla tipologia del mezzo di controllo che si utilizza è assolutamente necessario e obbligatorio segnalare ogni punto di controllo, numerandolo e indicandone il meccanismo d’azione e i potenziali pericoli e l’eventuale terapia. Inoltre, è necessario che a tutti gli ingressi degli istituti siano affissi almeno cinque giorni prima dell’inizio dell’intervento un avviso che precisi l’attivazione di un piano di controllo della popolazione murina; in particolare nelle scuole sarebbe assolutamente necessario che i dirigenti scolastici diramassero una comunicazione alle famiglie con l’intento di avvisare l’inizio di una derattizzazione preventiva all’interno degli ambienti scolastici. L’avviso oltre a contenere informazioni tecniche dell’operazione e la ditta esecutrice dei lavori, deve individuare, senza allarmismi, i rischi potenziali e fornire un numero di telefono utile in caso di contatti accidentali o malori che possano avvenire agli allievi una volta usciti dalle strutture scolastiche in seguito a contatti o ingestioni avvenute per curiosità.

TECNICHE OPERATIVE

Purtroppo, molte ditte eseguono le operazioni di derattizzazione negli ambienti scolastici con gli stessi standard che utilizzano per ambienti industriali frequentati esclusivamente da adulti. Ogni piano di derattizzazione deve prevedere sempre quattro fasi:

  1. monitoraggio: finalizzato ad individuare le criticità ambientali, i siti a maggior rischio di infestazione e la specie ritenuta infestante. Sempre in questa fase è necessario andare ad evidenziare anomalie strutturali ed ambientali che potrebbero concorrere a infestare i locali e che dovrebbero essere risolte primariamente;
  2. progettazione: finalizzata ad individuare la tipologia e la dislocazione dei punti di controllo. Ogni punto deve essere riportato su una pianta dei locali che deve essere conservata presso la ditta esecutrice dei lavori, l’istituto in oggetto e la slirezione didattica. In caso di impiego di esche avvelenate, è in questa fase che devono essere decisi anche il tipo di esca e il principio attivo. Particolarmente utile sarebbe, a progettazione ultima (prima dell’installazione delle stazioni di controllo), richiedere un parere sulla progettazione al Servizio di Igiene e Sanità Pubblica (SISP) dell’AS.L. al fine di ottenere sia un parere tecnico di funzionalità che di sicurezza;
  1. fase operativa: una volta ottenuti i vari consensi e pareri si procede all’installazione dei punti di controllo e della segnaletica necessaria;

fase manutentiva: consiste nel periodico controllo delle stazioni al fine di controllare l’integrità dei box, il saldo fissaggio a parete o suolo e l’asporto dell’esca (per le stazioni con esche tossiche) o la cattura di infestanti (per le trappole meccani- che). La disposizione e la tipologia delle stazioni di controllo sono fondamenta li per un buon piano di derattizzazione preventiva. Per quanto riguarda la disposizione essa varia in base alla tipologia di ambiente e alle caratteristiche di utilizzo. In linea di principio generale è buona norma evitare, negli ambienti scolastici (al chiuso o all’aperto) di scegliere siti troppo appariscenti che possano palesemente attivare l’innata curiosità dei bambini. Per quanto concerne le tipologie di controllo è bene precisare che queste devono corrispondere alle esigenze di sicurezza degli ambienti (vedi Tabella); negli ambienti esterni possono essere ammesse con assoluta tranquillità tecniche di controllo che prevedano l’impiego di sostanze anticoagulanti (sempre bandite polveri traccianti, tossici acuti, avvelenamento di liquidi) preferendo principi attivi di prima o seconda generazione formulati in esca solida (con concentrazione del principio attivo del 0,005) fissabile all’interno dell’erogatore d’esca (vedi Figura). L’utilizzo di esche solide ancorabili all’interno della stazione di avvelenamento (rat blok, salsicciotti paraffinati, ecc.) aumenta considerevolmente la sicurezza della derattizzazione in quanto il roditore non può estrarre l’esca dall’erogatore per trasportala all’internò delle tane evitando di conseguenza dispersioni accidentali delle esche al di fuori degli erogatori per abbandono durante il trasporto. L’estrazione delle esche si verifica abbastanza facilmente quando si utilizzano buste contenenti farinati o pasta in presenza di Rattus norvegicus e rappresenta la fonte di pericolo maggiore per gli allievi e per la fauna selvatica. La dislocazione ambientale di esche avvelenate deve seguire precise regole di sicurezza che revedono l’immissione ambientale di tali esche esclusivamente all’interno di contenitori che devono avere .i seguenti requisiti:

  • costruiti in materiale plastico o di acciaio resistente alle basse e alte temperature ambientali e agli urti;
  • dotati di chiusura a chiave;
  • all’interno, di sistemi di contenimento della formulazione topicida;
  • avere aperture che consentano l’accesso esclusivamente alle specie target;
  • essere ancorati al suolo o a parete mediante tasselli, o a supporti fissi con fascette metalliche. Ancoraggi con silicone o fascette in plastica non garantiscono gli standard minimi di fissaggio e ambedue i materiali risentono fortemente della degradazione termica e luminosa ambientale;
  • riportare indicazioni di pericolo;
  • essere di forma e colore poco appariscenti.

All’interno del dispensatore deve essere inserita una dose congrua di esca, evitando eccessi che favoriscono la dispersione accidentale del prodotto oltre a rappresentare un pericolo maggiore in caso di effrazione del contenitore. Le stazioni devono essere ispezionate, in base al sito e alla gravità del rischio d’infestazione, almeno una volta ogni 30-90 giorni; un’ispezione ogni 60 giorni rappresenta un buon compromesso per una derattizzazione preventiva in aree a medio-basso rischio. Negli ambienti chiusi con destinazione d’uso didattica, il controllo dei roditori a scopo preventivo non è necessario, mentre deve essere attuato qualora si riscontri direttamente (avvistamenti) o indirettamente (presenza feci, urine, rosicchiature) una presenza infestante. Qualora fosse necessario un controllo dei roditori, sarà necessario predisporre stazioni di controllo meccaniche dotate di piastra collante (possibilmente aromatizzata) posizionata in adeguati contenitori di protezione. L’ispezione di queste stazioni deve avvenire in tempi molto ravvicinati (giornalmente) onde evitare processi putrefattivi, sicuramente anti-igienici, di eventuali animali rimasti catturati. L’ispezione giornaliera non può naturalmente essere eseguita dalla ditta di disinfestazione, ma deve essere incaricato un collaboratore scolastico che provveda, in caso di cattura, ad allontanare tutto il contenitore trappola o a sostituire la piastra collante. Anche nei locali adibiti a dispensa, cucina e mensa sono bandite le esche tossiche, mentre è necessario adottare tecniche di cattura meccanica quali l’utilizzo di piastre collanti o trappole a cattura multipla. L’utilizzo delle esche tossiche trova limiti applicativi in questa tipologia di locali dovuti a: aumento del rischio di contaminazione chimica accidentale di ambienti e alimenti;

  • infestanti non catturati e quindi una volta ingerita la dose letale di anticoagulante possono morire nei locali o sulle derrate aumentando, di conseguenza, il rischio di contaminazione biologica.

CONCLUSIONI

Nonostante troppo spesso ci si imbatta con ditte di disinfestazione che operano nell’incuria delle più semplici norme di sicurezza, preme sottolineare che l’operatore è direttamente responsabile civilmente e penalmente per lesioni o danni che possono derivare per l’omissione colposa o dolosa delle norme di sicurezza. In molti casi sussiste la tendenza a non fissare saldamente gli erogatori per le esche; questo aspetto nelle operazioni in ambienti scolastici rappresenta un requisito di sicurezza basilare in quanto i bambini possono prendere l’erogatore e scuoterlo permettendo, nel caso dell’utilizzo di esche in bustina, la fuoriuscita della formulazione ratticida che è scambiata per pongo e maneggiata o, addirittura, portata alla bocca. In altre occasioni si presta poca attenzione alla comunicazione degli interventi e alla sensibilizzazione della popolazione per i rischi potenziali derivanti dalle operazioni di sanificazione. Lacune sono poi rilevabili sui cartelli posizionati per ogni punto esca: sovente riportano informazioni non esaurienti e non aggiornate; in tal uni casi vengono fornite indicazioni mediche errate quale l’utilizzo della vitamina P quale antidoto. La vitamina P rappresenta i bioflavonoidi che non rientrano fra i mediatori della coagulazione e non risultano utili nella gestione in caso di avvelenamento. Nella derattizzazione dei locali scolastici la prudenza non è mai troppa ed è necessario inasprire al massimo le norme di sicurezza e di sensibilizzazione al fine di ottenere una riduzione esponenziale dei rischi derivanti dall’impiego di esche avvelenate. Un ambiente sicuro però si può solo ottenere attraverso un’attenta e corretta azione di monitoraggio e una severa progettazione che non deve mai trascurare gli aspetti di prevenzione ambientale che puntano a creare ambienti inaccessibili alla penetrazione murina e inadatti alla proliferazione. L’utilizzo di anticoagulanti nelle esche, nonostante gli allarmismi che si creano fra i genitori, è comunque un procedimento sicuro considerata la scarsa quantità di ingrediente attivo presente nelle esche. In effetti, utilizzando un’esca contenente lo 0,005 di p.a. anticoagulante, e considerato che in una stazione di avvelenamento non dovrebbero essere presenti più di circa 50 9 di esca, si ha una quantità di principio attivo pari a 2,5 mg; quantità poco pericolosa, in acuto, anche in caso di ingestione, assolutamente poco probabile in caso di incidente, di tutta l’esca presente. In ogni caso di ingestione o di presunta ingestione è assolutamente necessario contattare il medico e cercare rapidamente di risalire al principio attivo presente nell’esca e alla quantità di esca presumibilmente ingerita. In ambito ospedaliero è necessario il controllo del tempo di protrombina che se non subisce alterazioni per 24-48 ore esclude l’ipotesi di un avvelenamento.çrave che necessita di cure intensive. Sicuramente non pericolosi sono i dispositivi utilizzati per la derattizzazione di tipo fisico come gli emettitori di onde ultrasonore. Gli ultrasuoni emessi, non udibili all’uomo, rappresentano una fonte di fastidio (neurovegetativo) per topi e ratti che infastiditi dovrebbero abbandonare il locale. Il problema è che questa tipologia di derattizzazione non è funzionante in quanto trova veri e propri ostacoli fisici che creano delle aree di ombra non raggiunte dalla propagazione spaziale delle emissioni sonore. Ostacoli alla propagazione degli ultrasuoni sono semplici ostacoli materiali che si possono riscontrare negli ambienti abitativi o lavorativi, quali scatole, elettrodomestici, muri, ecc. creando innumerevoli spazi adatti ai roditori, senza poi tenere presente che topi e ratti sono maestri nell’evoluzione e nell’adattamento. Nella migliore delle ipotesi, ammesso che questi dispositivi possano realmente allontanare i roditori infestanti, questi non sarebbero eliminati, ma il problema sarebbe solo differito ad un ambiente limitrofo. Le superfici protette dichiarate dai produttori vanno da 45 a 325 mq, in realtà nella migliore delle ipotesi sono funzionanti entro un metro dalla fonte di emissione sonora. Ne deriva quindi, che nonostante il principio su cui si fonda- no questi dissuasori possa essere scientificamente corretto, al momento i piani di derattizzazione effettuati tramite l’installazione di dissuasori a ultrasuoni o a onde elettromagnetiche sono da ritenersi inefficaci e con nessun risvolto in termini igienico-sanitari per la popolazione. Infine, è necessario precisare che al momento non servono nuove “armi” per la lotta ai roditori, mentre servono urgentemente nuovi “strateghi” che sappiano utilizzare in scienza e coscienza i materiali offerti dal mercato, tenendo sempre in considerazione che probabilmente, come affermato dal grande naturalista spagnolo Félix Rodriguex de la Fuente, la sconfitta dei ratti avverrà con la fine degli ultimi cadaveri della specie umana.

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